Delusione tra le nuvole

All’uscita dal cinema dove avevo appena visto Tra le nuvole, mi è tornata in mente una battuta di Nanni Moretti, in Caro Diario (It.Fr. 1993): 

Per alcune ore vado per la città, cercando di ricordarmi chi avesse parlato bene di questo film. Io avevo letto una recensione su un giornale, e avevo letto qualcosa di positivo […] Improvvisamente mi viene in mente… trovo l’articolo e lo voglio proprio copiare sul mio diario. […] Ecco, penso, ma chi scrive queste cose non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?

Come lui, anch’io avevo letto recensioni entusiastiche di questo terzo film di Jason Reitman (figlio del più “commerciale” Ivan Reitman, quello di Ghostbusters, 1984 e 1989, I Gemelli, 1988, Dave, 1993, Sei giorni e sette notti, 1998) dopo Thank you for smoking (2005) e Juno (2007).

Entusiaste di cosa, mi chiedo ora?

Tra le nuvole ha due veri pregi: un buon ritmo e bravi interpreti. George Clooney è di nuovo misurato, non gigioneggia, abbandona l’espressività caricaturale da film dei Coen e sostiene tutto il film.

I dialoghi già non sono nulla di nuovo. Belli certo, ma con quel botta-e-risposta brillante e senza sosta che, per quanto godibile, non suona originale.

Per quasi tre quarti comunque, la storia di questo tagliatore di teste, che viaggia leggero e trascorre la sua vita tra aeroporti e aerei, licenziando per conto terzi impiegati e manager di aziende in crisi, funziona e sembra promettere qualcosa di buono.

Poi, a un certo punto, nella mia poltrona di spettatore, inizio a essere assalita da atroci presentimenti… Scorgo dei segnali, sempre più forti, che per un po’ cerco di non vedere, finché diventa impossibile ignorarli, occupano tutto il film. Ed è allora che ognuno dei successivi sviluppi della trama diventa spaventosamente prevedibile e un film che mi era sembrato intelligente si trasforma in un’accozzaglia di ovvietà neanche tanto credibili. Melenso. Retorico.

Quando Clooney deve rientrare in ufficio, è ovvio che riprenderà l’aereo: e lo riprende.
Quando corre dalla bella Alex, è ovvio che troverà una sorpresa: e trova una sorpresa (esattamente quella che ti aspetti, non un’altra, imprevista, particolare, ma quella più banale di tutte. E la meno “in personaggio”: una donna come quella impersonata dalla Farmiga, quella “cosa” l’avrebbe detta dal primo minuto, per non rischiare).
Quando un’impiegata minaccia “quello che minacciano tutti, ma poi non lo fanno mai”, è ovvio che lei lo farà: e lo fa.
Quando la giovane Kendrick lo viene a sapere, è ovvio che farà una certa scelta: e la fa (ma questo era abbastanza ovvio fin dall’inizio, quando passa dai terminali ai volti delle persone).
Quando, dopo prove di innovazione, arriva la fine del film, è ovvio che tutto riprenderà in maniera tradizionale: e tutto riprende in maniera tradizionale (per magia o per inconsistenza della sceneggiatura).
Etc., etc., …

Jason Reitman, Tra le nuvole (Up in The Air), USA 2009, con George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride

Su Vivi Milano ho letto una recensione di Alberto Pezzotta che descrive Tra le nuvole come una commedia “amara” che “sceglie il finale meno prevedibile” (e lo indica anche come “il nostro preferito”; ma dopotutto persino Ciak lo premia con il simbolo “colpo di fulmine”). Ma cosa non era prevedibile? Poteva essere il finale meno prevedibile all’inizio del film, quando ottimisticamente ci si aspettava qualcosa di nuovo al posto della solita conclusione sentimental-moraleggiante; diventa il più prevedibile in assoluto nel momento in cui diviene chiaro che il film è un film moralistico. Perché l’obiettivo, fin dall’inizio, è uno solo, espresso e sottolineto in modo sempre più esplicito e didascalico: dire che ciò che conta è la famiglia, condividere la vita con chi si ama, coniugi e figli.

Ma come?! Ero andata a vedere un film su di un cinico tagliatore di teste e mi ritrovo nel mezzo di una ode familistica neo-conservativa…?
E non si prenda la mia critica per una celebrazione del libertinaggio o dell’egoismo o della vita senza valori. Al contrario. Ciò che ho trovato sommamente irritante in questo film è la disonestà: quella con la quale, per propagandare un buonismo di maniera, non si esita a speculare sulla crisi finanziaria e sulle migliaia di persone rimaste senza il lavoro; quella per cui il tema dei licenziamenti, che avrebbe dovuto essere centrale (è stato venduto come centrale), è in realtà un pretesto funzionale al predicozzo.
Perché secondo me è addirittura offensivo andare da un uomo o da una donna che ha appena perso il lavoro, nel mezzo di un trauma personale ed economico, e dire: non importa, non ti preoccupare, l’importante è la tua famiglia, va tutto bene. Ed è questo quello che dice il film, ribadendolo esplicitamente con le tre interviste finali (quelle dei “veri licenziati”).

Tutti conosciamo, apprezziamo e difendiamo il valore dell’amore familiare, ma usato in questo contesto quei valori familiari sono una irrispettosa banalizzazione di un problema troppo grave per potersi permettere di risolverlo con una stucchevole retorica da associazione giovanile.
E chi, per mille motivi, una famiglia non dovesse averla? È cattivo, “colpevole”, ed è quindi ragionevole, se non giusto, che si getti da un ponte, sembra la tesi.

Il nostro disincantato, disinvolto, acuto protagonista-Clooney, avrebbe potuto dirci molto di più.
Avrebbe potuto puntare su quell’umanità espressa con la calma professionale (che in realtà non è mai, in nessuna scena, cinismo) per trovare uno spunto nuovo di rinascite possibili, di uno stare accanto onesto e consapevole, e allora il film avrebbe veramente mantenuto le promesse.
Così, è solo una delusione…

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~ di themoky su 24 febbraio 2010.

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