Addio a Salinger

J. D. Salinger è morto.
Per tutti noi sarà sempre Il Giovane Holden. E gliene saremo sempre grati.

Holden Caulfield ci ha confortato con la sua rabbia e la sua dispersione nel mezzo della nostra confusione adolescenziale. Ci ha fatti sentire meno soli nella nostra contestazione “contro tutto e tutti” (chi non c’è passato, anche fugacemente?) e, forse, meno disperati. Meno sospesi, meno eccessivi di lui. A me fece quest’effetto.
Nel confronto con la sua sconnessa lotta, io ritrovai alcune certezze. Scoprii di non essere un “giocatore perso nei fumi del whiskey” (The Catcher in the Rye) come lo era Holden.

Nel 1993 il regista Fred Schepisi ha tributato al Giovane Holden uno delle migliori scene del suo Sei gradi di separazione. Il bellissimo monologo di Will Smith rivela tutte le contraddizioni e i rischi di un’identità in cerca di sé quando si vuole costruire in contrapposizione all’altro.  

Fred Schepisi, Sei gradi di separazione, con Donald Sutherland, Stockard Channing, Will Smith, Heather Graham, Ian McKellen, USA 1993

«Quel povero Chapman, che uccise John Lennon, lo aveva fatto solo per attirare l’attenzione del mondo sul Giovane Holden e disse che quella lettura sarebbe stata la sua difesa.
Il giovane Hinckley, quello che sparò a Reagan e al sua addetto stampa, disse: “Se volete la mia difesa, non dovete far altro che leggere Il Giovane Holden”.
[…] Lo rilessi perché volevo cercare di capire perché questo romanzo bellissimo, toccante, intenso, pubblicato nel Luglio del 1951, si sia trasformato in un manifesto dell’odio […] E’ esattamente come me lo ricordavo, tutti quanti sono fasulli. Pagina 2: “Mio fratello abita a Hollywood, fa la prostituta”. Pagina 3: “che razza di fasullo era suo padre” […] Poi, a pagina 22, mi si sono drizzati i capelli. Ve lo ricordate Holden Caufield, il classico ragazzo sensibile col suo berretto rosso da caccia al cervo? Da caccia al cervo?! Un accidente: “Ci ha chiuso un occhio come per prendere la mira… è un berretto per sparare alla gente, ci sparo alle persone con quel berretto.”
Questo libro prepara la gente a momenti di grandezza mai immaginati prima.
Poi, a pagina 89: “Preferirei buttare qualcuno dalla finestra […] che dargli un pugno in faccia. Odio le scazzottate, quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro.

Ho finito il libro: è una storia toccante. È comico, perché lui vuole fare tante cose ma non riesce a fare niente. Odia la falsità e sa solo mentire agli altri. Vuole essere benvoluto da tutti, ma è solo pieno d’odio e completamente egocentrico.
In altre parole, è il ritratto piuttosto fedele di un adolescente maschio»

Il tema è la Paralisi, la morte dell’immaginazione.

Prosegue:
 
«Io credo che l’immaginazione sia solo un altro modo di definire l’unicità di ognuno di noi. Jung dice: “Il peccato più grave è la mancanza di coscienza”. II giovane Holden dice: “Quello che mi fa più paura è la faccia dell’altro. Non sarebbe tanto male se potessimo essere tutti e due bendati”. Molte volte le facce che abbiamo di fronte non sono quelle degli altri, ma sono le nostre. Ed è la peggior forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi. Guardarsi in faccia, è la cosa più difficile. L’immaginazione è un dono di Dio per aiutarci a rendere questo autoesame sopportabile.»

Anche Paul (Will Smith), lo studente modello che pronuncia queste parole, è fasullo. Come Holden cerca la propria identità frammentandola in immagini che non sono lui, ma a differenza di Holden decide di agire comunque, di rischiare per raggiungere l’altro. L’Altro, da cui lo separano solo 6 passaggi, da ricercare ad ogni costo.

I sei gradi di separazione

Secondo teoria dei sei gradi di separazione, qualunque persona è collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari.
Proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinithy , nel 1967 venne testata dal sociologo americano Stanley Milgram che la chiamò “teoria del mondo piccolo”.

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~ di themoky su 29 gennaio 2010.

Una Risposta to “Addio a Salinger”

  1. credo dipenda molto da chi e quando lo legge, il giovane holden. io l’ho letto al liceo, probabilmente unico libro azzeccato dal prof che ci dava questo compito. e siccome sono un maschio che al tempo era adolescente, quello era un libro che a me ha comunicato certe cose (il distacco nei confronti delle richieste della società – la pencey!, e il conseguente ritorno sui suoi passi quando sua sorella gli dice che se lui scappa, scapperà con lui, e lui non vuole che la sorella butti via la sua vita, e insomma, giusto per stuzzicare sul punto il tuo consorte, diciamo che si comporta moralmente ma solo per motivi “patologici”, perché vuole un bene infinito alla sorella), ad altri ne dice altre.

    e poi, insomma, è una gran lettura e poche storie.

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