L’inferno è per gli eroi

Il Corriere della Sera pubblicava ieri in prima pagina la notizia del nuovo film di Michele Placido su Renato Vallanzasca. Il “bel Renè”: boss della Banda della Comasina, feroce gang che imperversò nella Milano degli anni ’70. Titolo del box: Se i criminali del cinema sono belli e affascinanti. All’interno, l’acuto articolo di Pierluigi Battista (Vallanzasca e i criminali «sexy» Se al cinema diventano tutti eroi – Da Volontè a Rossi Stuart, il fascino del Male interpretato dai belli) ricorda come sia risaputo che il “il crimine affascina più della mediocrità del bene” (o come disse Oscar Wilde: Il Paradiso lo preferisco per il clima. L’Inferno per la compagnia), ma che questo non dovrebbe giustificare la celebrazione dei delinquenti e l’oltraggio delle vittime. È vero. Tante polemiche, condivisibili, ci sono state sulla fiction Il capo dei capi e su come simili interpretazioni romanzate dei fatti storici e di cronaca possano contribuire a sostenere o persino a esaltare il crimine organizzato, presentando malviventi come eroi. Io stessa mi lamento spesso e con crescente insofferenza di come il cinema italiano non faccia che raccontare con un’aura di malcelato compiacimento (fosse anche solo per ragioni di tensione drammatica, è certo che il rischio è preso con consapevolezza) solo l’Italia più brutta, quella del crimine, della violenza, dell’illegalità, del Male.
Però è vero e giusto anche il commento dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano (il Comune ha dato al film di Placido il patrocinio senza finanziamenti) Finazzer Flory che sempre al Corriere (13 gennaio), a proposito delle riprese, ha detto “Il cinema è arte, e sarebbe sbagliato giudicare l’arte con i parametri dell’etica”. È vero. Tempo fa feci una ferocissima litigata con un pittore, amico di amici, che tentava di convincermi che le opere di Salvador Dalì non sarebbero arte perché volgari e talvolta blasfeme. A me Dalì piace poco, e in effetti sì, trovo i suoi dipinti spesso sgradevoli. Ma questo non significa che non siano arte o che non se ne possa apprezzare la genialità, il simbolismo, la grandezza innovativa. Difesi con tenacia questo principio.
Oggi, riflettendo sul rischio di rappresentare in maniera celebrativa fatti di sangue, penso che il film che più mi è sembrato trovare la giusta misura è La seconda volta di Mimmo Calopresti. Forse non eccelso, ma per una volta riflessivo.
La misura del “giusto” confine fra esigenze drammatiche e rispetto delle vittime resta nelle mani delle capacità artistiche e della sensibilità di regista/autore e interpreti. Mi auguro che Placido trovi questa misura. In Romanzo Criminale (2005) secondo me non c’è stata.
Io “il bel Renè” me lo ricordo. Lungo la mia infanzia milanese, le sue imprese criminali ed eclatanti si raccontavano in famiglia. E ammetto che mi colpì molto la sua ultima evasione, quella del 1987: attraverso un oblò – di cui pare dissaldò i bulloni – del traghetto che lo portava all’Asinara (ma come ha fatto, ci chiedevamo, ad aprirlo, sigillati come sono e resi ancora più ermetici dalla salsedine?!). Una fuga degna di Clint Eastwood. Cinematografica. Strano che nessuno avesse ancora girato un film su di lui. Forse serviva un po’ di tempo in mezzo.
Mi seccherebbe, però, veder nobilitati lui e tutta la sua ferocia.

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~ di themoky su 15 gennaio 2010.

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