Libertino o immoralista?

Laurence Dunmore, The Libertine, Gran Bretagna 2005, con Johnny Depp, Samantha Morton, John Malkovich, Rosamund Pike, Tom Hollander
«Consentitemi di essere esplicito sin dall’inizio: non credo che vi piacerò. I signori proveranno invidia e le signore disgusto. Non vi piacerò affatto. Non vi piacerò ora e vi piacerò ancor meno in seguito. Signore, un avvertimento: io sono pronto a tutto! In ogni momento! Che sia merito o demerito, questo ora è difficile da dire. Tuttavia, è certo che sono un libertino! Continuerò a spassarmela e a provare ardenti passioni. Non doletevene: vi arrecherebbe afflizione.»
Un Johnny Depp su fondo nero presenta così il suo personaggio nel prologo di The Libertine (2005).
Liberamente tratto dall’opera teatrale di George Etherege, L’uomo alla moda (The Man of Mode, 1676), il film opera prima - e per ora unica – di Laurence Dunmore racconta la breve vita di piaceri e perdizione di John Wilmot, conte di Rochester (1647-1680).
Richiamato a corte da Carlo II (John Malkovich), dopo esserne stato allontanato a causa di un poema offensivo verso il re, Wilmot accetta l’incarico di comporre un’opera teatrale che celebri la grandezza d’Inghilterra. Servirà a impressionare il re di Francia atteso in visita.
Tra dissolutezze e depravazioni, Wilmot mantiene la promessa del prologo dispensando aristocratico cinismo e varie sgradevolezze. «Io sono il cinico della nostra epoca dorata. Questo magnifico piatto che il nostro grande Carlo e il nostro grande Dio hanno entrambi, in equivalente misura, posto davanti a noi, mi irrita pesantemente. La vita non ha scopo: si svolge ovunque arbitrariamente, faccio questo e non importa un’acca se faccio l’esatto opposto.»
Si cimenta nella sfida di far divenire la meno che mediocre attrice Elizabeth Barry (Samantha Morton) la più famosa interprete di Londra e mette in scena un’opera assurda e pornografica che apertamente accusa la decadente città e la sua
corte, nuovamente provocando la collera del re.
Wilmot si riscatta infine con l’amore non contraccambiato e una parziale conversione.
Già consumato dalla sifilide, con un intenso monologo in Parlamento, salva persino la monarchia da una legge che ne impedirebbe la successione. – È stupefacente come Depp riesca ad essere incisivo pur con il volto per metà coperto da maschera e cerone.
Un libertino vinto dall’amore e con redenzione finale, quindi.
Ma allora forse il Wilmot di Dunmore non è proprio un libertino…
Lo è nei costumi, ma non nei fini.
Cosa cerca infatti un libertino?
«Il libertinismo nasce da una caratteristica visione morale del mondo, nella quale viene operato un rovesciamento sistematico delle consuete relazioni fra essere, natura e bene. Mentre la tradizione occidentale ha sempre pensato la vita come origine e come creatività […] o quanto meno come capacità di dare forma e struttura al reale […], nella filosofia libertina l’originario viene piuttosto associato per essenza al male e alla dinamica distruttiva, all’annientamento. […] Il furto, l’incesto, l’omicidio, il parricidio, sono azioni non soltanto indifferenti per natura, ma addirittura attraenti per il libertino, che vi trova il suo piacere più grande, quello di eguagliare in sé il potere distruttivo della natura stessa.» (Roberto Mordacci, “Elogio dell’immoralista”, Bruno Mondadori, Milano 2009).
E ancora:
«La morale libertina è predicata per il singolo come se le azioni individuali non avessero alcuna conseguenza sociale […] Il massimo della criminalità individuale può, secondo questo assunto, convivere perfettamente con la vita pubblica […] Il vizio privato dovrebbe tradursi in pubblica virtù.» (Mordacci, “Elogio dell’immoralista”).
Ma questo non sembra affatto Wilmot.
Il conte di Rochester usa la volgarità per mostrare l’assenza della virtù nel governo e nei costumi. Difende la stabilità del potere regio quando è attaccato. Questo non è esercizio di potere distruttivo. No. Ciò che fa il nostro “libertino” è cercare l’autenticità della vita senza sottrarsi ai suoi paradossi e al lerciume delle sue pieghe. Si abbandona sì ai vizi “alla moda” della decadenza, ma non è in se stessi che li esaurisce. Sono una via, triviale ed erronea certo, verso la schiettezza.
Wilmot è più l’immoralista di Gide che il libertino di Sade.
«L’immoralista di Gide non è un critico, non lotta contro la morale, semplicemente vive e, così, la uccide. La sensualità che pervade tutto il romanzo, in forme mai esplicite ma che si intuiscono scandalose, non ha tanto il significato della ricerca edonistica del piacere, quanto quello della spontanea dispersione dell’energia».(Roberto Mordacci, “Elogio dell’immoralista”; André Gide, “L’immoralista”, 1902).
Come Gide, Dunmore condanna il suo libertino. A differenza di Gide, però, sceglie di rendere la “condanna” concreta con l’amore e il pentimento. E in questo, forse, commette un errore. Il libertino-immoralista Wilmot non è un sentimentale e non è tipo da pentimento, non voleva piacere. Ma forse, anche questa, è solo la sua ultima ironia.
Lo sarebbe, se solo la voce nel monologo di chiusura non si facesse così accorata…
«E così finalmente giaccio, il convertito sul punto di morte, il pio libertino. Non avevo mezze misure, non è vero? Datemi del vino e dopo l’ultima goccia getterò la bottiglia vuota nel mondo. Mostratemi nostro Signore in agonia e salirò sulla croce per togliergli i chiodi e metterli nei miei palmi. Eccomi qua, che mi allontano dal mondo a fatica, sgocciolando la mia saliva su una bibbia. Guardo in una cruna d’ago e vedo gli angeli danzare. Ebbene? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso? Vi piaccio adesso?»

